Messaggio più recente

SE HAI STUDIATO L’ITAGLIANO… ALMENO SALLO!!!

Borgolavezzaro, 03 settembre 2014

Come tutti (o quasi) ho una pagina facebook. Come tutti (o quasi) ho uno smartphone. Come tutti (in questo caso è davvero difficile approssimare) invio degli short message service (SMS) attraverso il mio telefono, pagine web o applicazioni come “what’s up” e similari. Come tutti contraggo le parole, sottraendo loro delle lettere, sostituendo il fonema ch con la lettera k; si tratta di una modalità riduttiva che consente alla nostra lingua di contrarsi per rispettare il limite di caratteri consentiti in un messaggio breve, oltre che offrire un vantaggio di temporalità nel comporre un testo che serve a dare poche, semplici e riduttive informazioni. Eppure negli ultimi sei o sette anni mi trovo a demoralizzarmi sempre di più per lo stato comatoso in cui abbiamo ridotto la nostra bella e nobile lingua: l’italiano; e, purtroppo, non si tratta di un fenomeno circoscritto ai giovani, anzi: spesso proprio le persone adulte commettono dei veri e propri “orrori” di sintassi, di ortografia e grammaticali in generale.

Qualche esempio? Vediamo, cerchiamo di trovarne almeno cinque.

1) Alcuni giorni fa, su facebook, un signore commentava un link con la frase: “Se lo farebbe a me lo denuncerei!”; giustamente un signore, di rimando, rispose: “Prima di denunciarlo, però, ripassa i congiuntivi!”. Certo, qualcuno (i pignoli irriducibili) potrebbe obiettare che anche il commento del signore era impreciso, ovvero: avrebbe dovuto ripassare la consecutio (non i congiuntivi), cioè la conseguenza dei modi congiuntivo-condizionale, imposta dalla nostra lingua (“Se lo AVESSE fatto a me lo avrei denunciato”); ma, come dicevo prima, questo è legittimo, ovvero dovuto alla velocità ed all’estemporaneità di un commento, simile dunque più al linguaggio parlato che al linguaggio scritto.

2) Ormai sembra entrato nel linguaggio comune (ahimè non solo di giornalisti e opinionisti ma, purtroppo anche di alcuni insegnanti) l’intercalare “mentre invece”. Si tratta di un grave errore ortografico perchè costituisce una ripetizione di senso: o “mentre” o “invece”, dato che i due termini indicano la stessa cosa; per intenderci, è un po’ come dire “ma però”.

3) Qualche mese fa discutevo animatamente con due ragazzi (uno diplomato ed una frequentante il quarto anno di un istituto superiore) su un argomento inerente ad un’attività che non si svolgeva come loro volevano; per far capire l’errore riporto il dialogo integrale:

IO: “C., io lo so che tu sei entusiasta…”

LEI: “Entusiasto!”

IO: “…come?”

LEI: “Entusiasto! Lui è un maschio!”

IO: “No, è difettivo di maschile…”

LUI: “Ah! Quindi io sarei difettivo di maschile! Grazie!”

IO: “No, tu mi hai frainteso: se cerchi sul dizionario, è difettivo di maschile!”

LUI: “Ah quindi il dizionario dice che io sono difettivo di maschile! E tu saresti un educatore?!? E offendi così la gente?!? Mi hai offeso, basta! Non voglio più parlare con te!”

E, lasciandomi inebetito, se ne sono andati.

4) Si sprecano gli scritti in cui (soprattutto nelle associazioni di settore il che, a mio parere, è davvero grave) si parla di rabbia agita. Il termine in italiano non esiste perchè il participio passato di agire è adito; ma pochi lo ricordano.

5) Spesso, riferito ad un soggetto femminile, si sente dire: “…io gli ho detto”. LE ho detto, i pronomi e gli articoli in italiano hanno il femminile e usarlo non è un’opzione ma una regola, così come lo è l’uso dell’apostrofo nell’articolo indeterminativo: un autoveicolo un’automobile, autoveicolo maschile, automobile femminile.

Qualcuno potrebbe chiedersi perchè prendersela così tanto, dopotutto le lingue sono in costante evoluzione. Eppure io sono convinto che tutto stia al  contrario: l’italiano sta involvendo.

La lingua italiana moderna ha un retaggio davvero imponente: il rinascimento; quello che, storicamente e da tutte le nazioni, è definito RINASCIMENTO ITALIANO. Lo stesso periodo, inoltre, ha di per sé stesso origini davvero alte: il trecento e lo stil novo; e, ancora, prima di esso la lingua latina.

A mio parere, ad oggi, l’italiano subisce almeno tre attacchi precisi.

Innanzitutto la malformazione linguistica e grammaticale che sta subendo nelle scuole. Sempre più studenti perdono il concetto che la lingua italiana ha nella sua forma scritta la versione più aulica, regale: quando parliamo non è necessario rispettare se non le più elementari regole di grammatica ma, sempre più spesso, nelle scuole superiori specialistiche si tende a fare in modo che gli studenti imparino la produzione scritta elementare, utile a scrivere relazioni tecniche; inutile dire che questo impoverisce il lessico, ovvero quella parte della lingua che si arricchisce insieme ai sinonimi, alle locuzioni dimenticate. Ad esempio: chi conosce il significato di pertinace? E la sua differenza da pervicace? E come possono essi arricchire il loro sinonimo ostinato? Chi  sa cosa vuol dire pleonastico? Chi conosce il significato di parossistico? A volte, parlando con i ragazzi, mi sento all’interno  di un pezzo teatrale di Aldo Giovanni e Giacomo: “turnica, issati, arrotati”… e qualcuno mi  risponde: “…e di’ girati (o tirati su), perdio!”. Anzi, me lo dice senza elisione.

In secondo luogo le contrazioni “telematiche”: xkè, cc, nn; anche se ad altrui naso verrà prurito, vi assicuro che nei temi, spesso di prima o seconda liceo classico (3°- 4° anno superiore), si trovano sovente! E, devo dire, mai con licenza prosaica o poetica ma come semplice scrittura. E, giuro, ho visto  dare anche un sei per il contenuto del tema che, pur essendo davvero interessante, aveva vistosi errori grammaticali, sia di ortografia che di lessico o di sintassi. Sono convinto  che un romanzo debba contenere certe forme perchè si calza nei tempi odierni ma, a mio parere, quando leggiamo un tema di letteratura e ci capita l’inizio di un periodo che dichiara: “Xciò, secondo la visione di Dante nella commedia…”, indipendentemente dalla qualità dello scritto il giudizio non può che essere gravemente insufficiente. Galeotto ‘l docente che l’ignori d’appunto!

Terzo, ma non meno importante, il turpiloquio. Nel trecento vi fu la produzione di un poeta, Cecco Angiolieri, che fece del linguaggio turpe l’auge dei suoi sonetti. Oggi non sarebbe che un piccolo cantante commerciale sommerso dalla massa di insulti che incontriamo ogni dove. Addirittura abbiamo verbi nati dagli insulti  (mi scusino i lettori ma, per fare un esempio: “fanculizzare”), programmi televisivi che si reggono su aggressioni verbali o, ancora, politici che mostrano il dito medio per esprimere il loro disappunto avverso fazioni contrarie. Nessuno, nemmeno le più alte cariche dello stato, sembra ricordare che alcuni epiteti turpi  costituiscono  il reato di ingiuria (art. 594 c.p.).

Attaccata da questi tre demoni, la lingua italiana sembra lentamente morire. E allora io (scusandomi per gli eventuali errori che da NON docente di italiano posso aver fatto, o da scrittore telematico che si affida ad un riconoscimento  grammaticale del software) chiedo a voi giovani, con forza: studiate l’italiano, divertitevi ad utilizzarlo ed imparate a conoscere le mille sfaccettature di una lingua millenaria, figlia dell’indoeuropeo, del greco e del latino ma che, nei secoli, ha raggiunto una musicalità unica; assonare un testo in italiano è davvero difficile proprio a causa della grammatica che esprime. Noi italiani impariamo lingue europee con facilità ma gli europei, d’alto canto, faticano a comprendere la lingua italiana. Siate fieri della vostra favella, studenti, perchè, parlandola da quando avete un anno, la date per scontata ma la lingua italiana, “quella vecchia là, fuori di mano”, rappresenta la vostra migliore identità culturale.

Luigi Giuva

ITALIA, NEWS TODAY: quando le buone notizie sembrano solo un’eccezione

ansa sindaco marche 30 08 14

Borgolavezzaro, 01 settembre 2014

Il 26 agosto, sul sito dell’ANSA e sul TgCom, batteva la notizia che il Sindaco di un paese appenninico marchigiano ha rinunciato alla propria indennità, per consentire all’asilo nido di poter continuare l’utile attività svolta. Grazie al risparmio offerto dal primo cittadino sarà possibile pagare sia il servizio mensa che il trasporto tramite scuolabus.

Lavoro nel sociale da 15 anni e solo chi, come me, vive il dramma del welfare italiano può andare oltre la gioia; può di fatto commuoversi e piangere di gioia.

Oggi si parla di politici corrotti, pronti a tagliare ma non a rinunciare.

Poche sere or sono (affermava un post su facebook) l’on. Livia Turco azzardava sostenere che i politici rubano perché seguono il cattivo esempio dei cittadini e, sono sicuro, qualcuno sarebbe pronto a replicare l’esatto  contrario: ovvero che i cittadini non pagano le tasse o acquistano in nero  perché seguono il cattivo esempio dei politici; eppure gli onorevoli parlamentari, prima di essere tali, sono stati onorevoli cittadini così come, col giusto numero di voti, onorevoli cittadini possono divenire onorevoli parlamentari (scusate l’abuso del termine, so di non essere il solo ad abusare della parola onorevole ma, per una volta, ne prendo licenza prosaica). Mi sorge naturale una domanda: non è che il furto, il pagamento  in nero, la “mazzetta” e il “traffichino” altri non siano che comportamenti insiti nella cultura dell’italiano medio? A volte sembra che se pago l’idraulico in nero sono giustificato, perché posso risparmiare e dare un piatto di pasta in più ai miei figli, legittimando, di fatto, un’azione che è illegittima su un piano formale ma dalla quale la coscienza mi libera, perché IO sono giustificato dalle mie povertà e dalle mie difficoltà; una via facile che, se da altri intrapresa, nuoce alle mie tasse e dunque è deprecabile ma… IO. Io NO, non sono un  ladro, solo un povero padre di famiglia obbligato a risparmiare sull’i.v.a. che mi strozza. Come dire: io non rubo, risparmio; e, se proprio devo ammettere che si tratta comunque di un furto, non è colpa mia. E, piango nel sostenerlo, purtroppo a me sembra cultura italiana già vista, parte del nostro DNA.

Oggi si parla di extracomunitari che percepiscono più soldi degli italiani in aiuti statali.

Molte sono le notizie (e le relative indignazioni in rete) rispetto ai famosi 1500 euro percepiti dagli extracomunitari in Italia, clandestini che hanno diritto addirittura ad una scheda telefonica prepagata. Eppure nessuno osa affermare che questa notizia è falsa, perché solo i rifugiati politici ne hanno diritto e questa è un’imposizione dell’Unione Europea, proprietaria di quei fondi che, dunque, non escono dalle tasche degli italiani. Ancora una volta sento la necessità di far valere la mia esperienza nel sociale, in tutela minori, laddove molti aiuti pratici, economici, psicologici  e morali vengono offerti alle famiglie italiane; eppure nessuno posta sui social network un piccolo like di ringraziamento per quegli operatori (spesso sottopagati) che lavorano  per loro, per i loro familiari o per i loro figli. O, meglio, forse qualcuno c’è ma, probabilmente, la sua voce si perde nel marasma di insulti nella rete. Di più. Chi conosce le realtà mutualistiche delle associazioni no-profit sa che molti aiuti vengono offerti in modo assolutamente volontario, senza discriminazioni di razza, sesso, religioni o orientamenti politici e sociali, così come prevede la nostra Costituzione, cara Carta tanto abusata quanto dimenticata o, peggio, talora sconosciuta. Anche questo mi sembra appartenere al nostro corredo genetico.

Oggi si parla di famiglia e di unione.

Chi studia le realtà familiari sa che è sorto il termine tecnico di famiglia nuclearizzata ove si intende sottolineare il peggioramento della condizione monoparentale, rilevata tra la fine del secolo scorso e l’inizio dell’odierno; si tratta di un modello familiare chiuso nelle proprie case, fondato sull’egocentrismo familiare del “Faccio quel che serve a me, infischiandomene degli altri”. Sono riduttivo, certo, semplicemente voglio evitare di annoiarvi con dei tecnicismi. Non esiste la famiglia unita, così come, a tutt’oggi, sta sparendo il concetto di società inteso nel suo modo più aulico: il coesistere di gruppi umani  che collaborano per il bene comune. Il bene comune, quel concetto  astratto che il sindaco di una piccola comunità montana ci ha dimostrato essere più concreto del nostro stipendio e del pane che mangiamo in tavola; quel pane che, spesso, manca da una tavola che però vede troneggiare accendino, posacenere e sigarette e, perché no? Magari anche un “gratta&vinci”! E anche questo mi sembra far parte della cultura italiana.

Badate bene: pur non credendo nelle vincite alla lotteria, io stesso sono un fumatore, ho i miei vizi; solo che non mi lamento col vicino se ha più pane di me, stringo la cinghia e tiro avanti. E se non ci riesco ammetto semplicemente di aver ceduto ad una sigaretta o a una birra in più, senza troppe altre mistificazioni. Eppure anch’io guardo con invidia l’orto del vicino.

Nel mio piccolo anch’io sono una formica rabbiosa quando nel traffico vengo disturbato dagli extracomunitari; al semaforo o quando, nel mio lavoro, devo lottare contro culture che denigrano i soggetti deboli come pecore che seguono un capo. Anch’io detesto chi fa lavorare i bambini o dichiara di fare la guerra per ottenere la pace; tutta una serie di stranieri, spesso extracomunitari, che non corrispondono ai miei ideali di uguaglianza.

Certo, anch’io, come molti, sono preoccupato  per la situazione economica, anch’io sono indignato  con i politici di questo paese, compresi quelli che, pur con buone intenzioni di rinnovamento, altro non sanno fare se non eleggere un leader che insulta e spinge al conflitto sociale. Tuttavia, devo ammettere, anch’io come molti li ho votati e di questo ne sono responsabile: se mando un ladro a fare un lavoro non posso aspettarmi l’onestà del risultato.

La denigrazione è la peggior cosa che possiamo fare di questi tempi, perché essa non ci porta al dialogo ma al conflitto e, alla lunga, il conflitto non giova a nessuno. I sostantivi del conflitto sono gli epiteti e gli insulti, gli aggettivi sono il turpiloquio, e, le azioni, sono battaglie perse. Paulo Freire, pedagogista brasiliano, sosteneva che questa è la cultura dell’oppressione, che conduce ad uno schema circolare. Gli oppressi hanno due chance: o si adeguano o si ribellano; se si adeguano si fanno opprimere mentre se si ribellano entrano in un circolo vizioso per cui, in caso di vittoria, finiranno per diventare loro modo altri oppressori, portatori di una controcultura che verrà mitizzata come cultura liberante ma che, di fatto, non fa altro che imporre nuove idee e dare nuova vita allo schema circolare. Un po’ come i fratelli Lana ed Andy Wachowsky hanno descritto la creazione di “Matrix”; come se l’umanità fosse continuamente sottoposta alla scelta della pillola rossa o della pillola blu.

Già. Ci pongono davanti due scelte: si e no; e lo fanno attraverso le notizie. Sì perché oggi il “bello” non fa più notizia! Il bello è grottescamente nascosto negli occhi dolci e spaventati di un animale maltrattato o abbandonato, salvato da un’associazione; oppure segretamente occultato nel corpo di una ragazza televisiva, in barba a tutti i diritti delle donne. Il “brutto”, invece, viene sbattuto in prima pagina. E allora noi insultiamo, ci arrabbiamo, denigriamo, piangiamo, vogliamo lottare e, a volte, uccidere. E così diventiamo un po’ brutti anche noi.

Si o No. Come la stringa di comando del codice binario. Freire invece pensava potesse esistere un “forse”; una terza risposta che promuove lo sguardo critico, la parola, il dialogo. Non è stato l’unico, potrei citare Gandhi, Madre Teresa e, in alcuni passi, anche il lapidario Pasolini. Ma, sopra tutti, cito l’esperienza di  un “pretuncolo” del Monferrato, Don Luigi Piccio (chi vuole, smanettando un po’ perché il bello non fa notizia, può trovare informazioni  su di lui in rete) che ha mostrato come il metodo Freire sia applicabile e non solo: tende davvero a generare la cultura dell’amore. Una parola che oggi è pronunciata sottovoce ma che dovremmo imparare a gridare con tutta la forza del nostro cuore. Amore, non denigrazione. Amore, non odio. Bellezza, non bruttezza. E solo allora, da domani, potremo vedere l’estasi del naso storto, del seno cadente, delle mani sporche di terra; di un bambino malato, di una tragedia consumata. Potremo vedere il “Brutto” come parte dell’esistenza, non come soggetto nato da un non meglio specificato irresponsabile, il quale ci ha deprivato di parti della nostra vita.

Proprio come ha fatto G.T., il primo cittadino di Sefro, invece di gridare, denigrare, piangere sul problema dell’asilo nido che coinvolgeva la sua comunità più giovane, ha dato l’esempio: ha rinunciato al suo per il bene comune. Da sindaco del Suo Comune.

Vorrei alzarmi domani, trovare i telegiornali pieni di buone notizie, di belle speranze; vorrei che ci raccontassero le brutte cose presentandoci i vicini stretti nel cordoglio e le famiglie non più sole. Vorrei che il male ci fosse raccontato senza manipolazioni. Vorrei davvero che fossimo pronti per questo perchè, allora si, saprei che siamo pronti a confrontarci. Vorrei questa piccola utopia: le buone notizie non sono più soltanto  un’eccezione.

G.L.

Nasce educare on line

Ciao a tutti, apro questo blog per darmi un libero spazio su cui commentare i fatti quotidiani e rileggerli con un’ottica pedagogica. Con sguardo critico, ma senza polemica; con enfasi, ma senza idealismi; lapidario, ma mai offensivo. Spero che i miei commenti possano risultare di vivo interesse e non suscitino noia nel lettore, discussioni si, certo, ma mai la noia perché quella spegne gli animi e gli entusiasmi.

Dopo questa mia breve presentazione, vi auguro buona lettura!!!